Il tartufo : il tesoro nascosto dell’ Umbria

agosto 21, 2017 5:07 pm Pubblicato da Lascia il tuo commento

Il tesoro nascosto dell’Umbria

Il fascino del tartufo è nel suo mistero. E’ figlio della terra e del buio. Lontano da tutto ciò che vive e si ciba di sole. Non ha rami, né foglie, né tronco. Non si coltiva e non si può riprodurre. Cresce nell’oscurità del terreno, aggrappato alla vita grazie alle radici degli alberi. Aspetta l’acqua. Per ubbidire alla prima regola del mondo dei viventi, quella di conservare e propagare la specie, ha solo un’arma: il suo profumo. Un richiamo che seduce. Irresistibile.  Poi la gioia arriva in tavola. La lunga e affascinante storia del tartufo è quindi mescolata, in modo inevitabile, ad un altro profumo: quello del mito.

L’Umbria è terra di tartufi da trenta secoli. Gli uomini che sopravvissero al diluvio, che i Greci chiamavano “ombrikoi”, già conoscevano il meraviglioso frutto della terra. Gli antichi Umbri chiamavano “tartùfro” quel “sasso profumato”. E ne introdussero l’uso e la conoscenza in tutta la penisola.
E’ incredibile pensare che i Romani che ne erano ghiottissimi, ricercassero soprattutto quello meno pregiati, che arrivava dalla lontana Libia e come ricordava Plinio “cresce isolato e circondato di sola terra, la secca, sabbiosa e fruttifera terra della lodatissima Africa” e non si accorgessero che nei boschi dell’Umbria a due passi dalla Città Eterna, c’erano giacimenti inesplorati di tartufi straordinari.
Il tartufo nero più pregiato, quello di Norcia, indiscusso protagonista di molte ricette della cucina internazionale, è citato anche nel primo, celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, ambientato nel 1327.
UN DILEMMA: DI CHI SONO I TARTUFI?

Un quesito fondamentale ha diviso da sempre le assemblee comunali, i cittadini e i tanti “cacciatori”: i tartufi sono di chi li trova o dei proprietari dei terreni dove nascono?
Dipende. Il tartufo bianco pregiato, in Umbria come altrove, storicamente è di chi lo scova per primo. Forse perché le tartufaie sono invisibili e spesso sconosciute anche ai proprietari.
Per il tartufo nero il diritto di cava, per secoli, è stato invece delle comunità che abitano il territorio. Con mille distinzioni. Al tempo del ducato longobardo di Spoleto, ad esempio, le terre private non esistevano e la raccolta era libera. Poi le cose cambiarono.

Insieme a lui e dopo di lui, tutti i medici italiani del tempo concordavano sul potere afrodisiaco dei tartufi.

Categoria: ,

Questo articolo è stato scritto da terrazza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.